NEGAZIONISMO: Come funziona e come trattarlo nella prospettiva nonviolenta

Riarmo “per la pace”: quando le parole tradiscono i fatti

Dicono che il riarmo europeo sia “per la pace”. Che spendere miliardi in armi serva a difendere la democrazia. Che l’ipotetico nemico – che fino a ieri non aveva mai avuto intenzioni ostili, ora vada preventivamente attaccato.

Attenzione perchè l’obiettivo del negazionismo non è solo convincere, basta insinuare il dubbio per creare confusione, incertezza e inerzia nelle persone che entrano in contatto con le proprie tesi.

La propaganda militarista UE-NATO ad esempio ripete una formula perversa: “Se vuoi la pace prepara la guerra”. Non si tratta solo di retorica bellica: è un espressione di negazionismo. Non si dice “la guerra è bella”, si dice “la pace richiede armi, armi, armi”. Ormai che si tratti di guerra o pace, l’unica strada tracciata è armarsi? Ma le opzioni della diplomazia, della cultura nonviolenta e del dialogo? Sono tenute nascoste o disprezzate come vigliaccherie buoniste. Il pacifismo è additato come mero idealismo da anime belle, mentre per assurdo si vuol far passare per razionale, il porre tutte le condizioni ideali all’autodistruzione dell’umanità.​

Forse molti non considerano questi atteggiamenti come forme di negazionismo. Ma il negazionismo non è soltanto il rifiuto di un fatto. È un meccanismo molto più complesso che agisce per gradi, si insinua nel linguaggio, sposta l’attenzione e deforma la percezione collettiva. È un fenomeno che riguarda tanto la politica e i media quanto la psicologia individuale. Comprenderlo non serve solo a smascherare la propaganda, ma anche a riconoscere come funziona la mente umana che fatica a confrontarsi con molteplici versioni della realtà.​

Le tre forme di negazionismo

1. Negazionismo fazioso (identitario)

È la logica delle squadre. Come un tifoso che difende la propria squadra anche davanti all’evidenza di un fallo, il negazionista identitario protegge il suo gruppo, la sua fazione, la sua “tribù”. Rifiuta di vedere gli errori del proprio schieramento e amplifica quelli dell’avversario. È il classico esempio di confirmation bias, il pregiudizio di conferma: si selezionano solo le informazioni che rafforzano ciò che già si crede.​

Questo tipo di negazionismo è emotivo e psicologico, difficile da smontare perché radicato nell’identità. Porta alla disumanizzazione della controparte e all’incapacità di autocritica. Chi ne è vittima si convince sinceramente di ciò che dice, perché la verità viene piegata alle esigenze della lealtà al gruppo d’appartenenza.

2. Negazionismo di comodo (strumentale)

Questa è la forma più calcolata e strategica. È il negazionismo praticato da politici, opinionisti, dai poteri che devono mantenere una narrativa utile ai loro interessi. Qui la logica non è emotiva ma pragmatica: si aggiusta la realtà per difendere interessi economici, geopolitici o dinamiche di potere.​

Chi subisce questa forma di negazionismo tende a credere a ciò che dicono i leader o i media dominanti, anche contro l’evidenza: è il bias dell’autorità. Chi controlla il linguaggio controlla il pensiero, e chi controlla il pensiero controlla l’opinione pubblica. In questo senso, il negazionismo strumentale è la forma più subdola, perché traveste la menzogna in atteggiamento di schieramento.​

Un esempio lampante: quando manifestazioni pacifiste riempiono le piazze con decine di migliaia di persone, la narrazione mediatica non racconta la partecipazione pacifica, bensì enfatizza fenomeni marginali come qualche episodio di vetrine rotte. Quegli episodi marginali vengono gonfiati fino ad oscurare il quadro generale. Il messaggio diventa: “in piazza per la pace c’è solo gentaglia”. È una tecnica antica, ma efficacissima, per delegittimare una causa nobile.​

3. Negazionismo traumatico (di rimozione)

È la forma più intima e universale: riguarda tutti. Nasce da un riflesso naturale di evitare la sofferenza e cercare un senso di sicurezza interiore. Quando la realtà è troppo dolorosa da accettare, la mente costruisce un filtro automatico: “non può essere vero”, “meglio non vedere”. È un meccanismo di difesa che nell’immediato protegge, ma a lungo andare produce apatia morale.​

A differenza delle prime due forme, che sono di parte, questo tipo di negazionismo è trasversale: non riguarda solo una fazione o un interesse, ma la condizione umana stessa. Spesso non si vuole credere che proprio chi governa o le istituzioni in cui si confida possano sbagliare, mentire o persino compiere crimini. Accettarlo significherebbe rinunciare a una guida esterna e di conseguenza vorrebbe dire assumersi la responsabilità personale di agire.​

Come osservava Erich Fromm ne La paura della libertà, l’essere umano tende a fuggire la libertà proprio perché comporta responsabilità: è più facile delegare a un’autorità il peso delle decisioni che affrontare la complessità della verità. Spegnere il telegiornale per non vedere le immagini dei bambini affamati, feriti o morti è comprensibile sul piano emotivo, ma collettivamente devastante. Quando troppi si allontanano dalla realtà, la sofferenza resta senza testimoni, diventa inerzia, e così si lascia campo libero all’ingiustizia e al regno dell’indifferenza.​

Il linguaggio come arma: il caso della parola “genocidio”

Quando si dice che il negazionismo agisce per gradi, lo si vede chiaramente nel modo in cui manipola le parole: sostituisce termini, minimizza concetti, relativizza i fatti. Se tutto diventa opinabile, se ogni parola perde peso, anche la verità si dissolve.​

Il termine genocidio fu coniato nel 1948 dopo la Shoah e definito dalla Convenzione ONU attraverso cinque criteri. Ne basta uno per parlare di genocidio. Eppure, nel dibattito su Gaza – dove sono presenti quattro dei cinque criteri – si preferisce discutere all’infinito sul termine, come se il problema fosse linguistico e non umano. Chi dice “non è genocidio” non nega necessariamente che i civili muoiano, ma tenta di ridurre la gravità del fatto, spostandolo in un’area grigia. È un modo di normalizzare l’orrore.​

Questo tipo di negazionismo si fonda sulla retorica: cambiare parola significa cambiare percezione. Chiamare “guerra” ciò che è un massacro di civili, o “difesa” ciò che colpisce strutture ospedaliere e scuole, non è neutro. È un atto politico e cognitivo: un tentativo di minimizzare, di mantenere la distanza emotiva e morale da ciò che accade. È una forma di rimozione collettiva, di anestesia della coscienza.​

Lo stesso meccanismo si ripete in altri contesti: il negazionismo climatico che minimizza le evidenze scientifiche, il negazionismo coloniale che riscrive la storia, il negazionismo di crimini contro l’umanità che diluisce la memoria. In tutti i casi, il linguaggio diventa l’arma principale per seminare dubbio e confusione nella mente delle persone.

Parole e fatti: smascherare i doppi standard

Un modo molto efficace per distinguere la verità nella confusione del negazionismo è osservare il divario tra parole e fatti. Ci sono spesso dichiarazioni di circostanza a cui non corrispondono azioni concrete. Si può affermare di difendere i diritti umani, ma se non ci sono fatti che lo dimostrano, rimangono vane affermazioni.​

Nel caso del genocidio a Gaza è evidente: nonostante qualche recente dichiarazione tardiva di “condanna morale”, non ci sono stati fatti concreti per contrastare tale fenomeno. Anzi, emerge un doppio standard imbarazzante. 19 pacchetti di sanzioni alla Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina, ma nessuna sanzione nei confronti del governo Netanyahu, nonostante le violazioni documentate del diritto internazionale e la gravità della situazione umanitaria.​

Questo è negazionismo nella sua forma più chiara: dichiarazioni formali per apparire etici, ma azioni in tutt’altra direzione guidate da interessi e poteri geopolitici. Come ricordava Gandhi: “Sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fin tanto che non vengono trasformati in azioni.”

Guardarsi allo specchio: il negazionismo in ognuno di noi

Non è da tutti ammettere che il negazionismo non è solo quello degli altri. Se si è onesti con sé stessi, i meccanismi descritti appartengono a ciascuno di noi. Nella vita quotidiana, nelle relazioni, nella politica, si nega per difendere i propri interessi per evitare il dolore o per non mettere in crisi la propria identità. Riconoscerlo in ognuno di noi è il primo passo per combatterlo. Non per giustificarsi, ma per essere più sinceri. È ciò che Gandhi chiamava satya, la ricerca della verità interiore, senza compromessi con la convenienza.​

Si tende a riconoscere facilmente il negazionismo negli altri, soprattutto in chi non condivide le nostre idee, ma molto più difficilmente sappiamo vedere il nostro negazionismo. Eppure gli stessi meccanismi – faziosità, convenienza e rimozione – agiscono anche dentro ciascuno di noi, magari sono diversi i contesti ma le dinamiche sono le medesime. Si può non essere negazionisti su un evento storico, ma esserlo in altre vicende che ci toccano più a vicino: questioni familiari, scelte politiche, errori del proprio gruppo sociale. Nessuno è esente dalla negazione, perciò è fondamentale un dialogo interiore. Può capitare di mentire, ma almeno a sé stessi si dovrebbe cercare di non raccontarsela, con alibi e pretesti che evitino le responsabilità personali.​

Come osservava lo psicologo Leon Festinger nella sua teoria della dissonanza cognitiva, l’essere umano tende a evitare le informazioni che contraddicono le proprie convinzioni. In questo spazio di autoinganno nasce il negazionismo nella sua forma più ottusa.​

Relazionarsi con chi nega nella prospettiva nonviolenta

Dialogare con chi nega non dovrebbe essere inteso come il prevalere in un dibattito, ma come un confronto umano. L’approccio nonviolento non è buonismo: è fermezza nella verità, unita all’intenzione di non attaccare ma di aiutare l’interlocutore. Non si tratta di parlare con pacatezza formale, ma con autenticità. Con l’atteggiamento di un buon amico che dice ciò che l’altro non vorrebbe sentire, ma lo fa per il suo bene.​

L’obiettivo è stimolare l’altro ad elevarsi, cioè cambiare atteggiamento nel suo ruolo: da difensore cieco e passivo della propria parte a consigliere lucido e attivo, capace di ammettere gli errori per migliorare. Nel dibattito odierno si vedono molti giornalisti e opinionisti che si comportano più da avvocati difensori, assumendo una postura di cieca difesa di parte, mentre potrebbero essere attivamente consiglieri capaci di far ammettere gli errori e impegnarsi nel porre rimedio.​

In questo senso, la nonviolenza è inclusiva: crede nella possibilità di elevazione morale dell’altro, ma senza mai abdicare alla verità. Gandhi non era buonista: era severo contro l’ingiustizia e radicale nella ricerca della verità, anche a costo di sacrifici personali. La nonviolenza non significa chiudere gli occhi, ma comprendere senza giustificare, amare la persona senza assolvere le sue azioni, denunciare senza odiare.​

Pensiero critico e vigilanza morale

Il negazionismo, in tutte le sue forme, prospera dove manca il pensiero critico. Contrastarlo significa non solo denunciare le menzogne altrui, ma allenare in sé la chiarezza e la coerenza. Significa educare la coscienza collettiva alla precisione delle parole, alla memoria dei fatti, al coraggio dell’autocritica.​

Se si impara a riconoscere i meccanismi umani del negazionismo, si impara a identificarli negli altri e in sé stessi.

Non si tratta di raggiungere una verità assoluta e inattaccabile, ma di avvicinarsi a un barlume di verità attraverso la vigilanza costante, senza lasciarsi travolgere dalla confusione che crea la menzogna.


Approfondire la ricerca della verità

Gli argomenti trattati in questo articolo – il negazionismo nelle sue tre forme, la manipolazione del linguaggio, i doppi standard, il riconoscimento dei meccanismi in noi stessi – sono solo un’introduzione a una macrotematica molto più ampia: la ricerca della verità.

Ho decodificato un percorso che ho chiamato “Le 7 Chiavi di Gandhi per il Cambiamento“, e nella 2ª Chiave – Ricerca della Verità approfondisco questi argomenti in modo strutturato e pratico. Non si tratta solo di sviluppare il pensiero critico, ma di coltivare un ascolto profondo della voce della coscienza – quella capacità interiore di distinguere dove neghiamo e dove invece siamo più attenti.

Per info sul percorso “Le7 Chiavi di Gandhi” scrivimi una email a info@piccolosociologo.com

Di Fausto Dalla Valentina

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